CRITICA DOPO IL 1951
Il carattere precipuo della pittura di Eugenio Da Venezia è in quella sensualità coloristica che la domina completamente e ne traveste l’impressionismo iniziale. Analogamente l’emozione lirica supera subito, in essa, il lato di partenza quasi sempre naturalistico; nel ritratto e nel nudo femminile, nel paesaggio lagunare o nelle composizioni o nei fiori Da Venezia – inteso a rendere il senso divino della luce – trasfigura in un canto cromatico di cui i valori tonali, istintivamente sentiti più che meditati, costituiscono le ardue modulazioni. Dalla costanza di cotesta elaborazione spirituale procedono la evidente unità e continuità stilistica ed espressiva e la personalità ben differenziata dell’artista, che, nelle sue esperienze formative ha tenuto e tiene conto così delle risultanze positive della tradizione, come di quelle delle più dibattute esplorazioni contemporanee. Sua mèta è una poesia visiva fuori da ogni preconcetto e da ogni posizione puramente polemica. E’ quanto spesso egli la raggiunga è implicito nella immediatezza del suo successo.

Gino Damerini (dalla presentazione della mostra “Premio Parigi”, 1951)

Il nome e l’arte di Eugenio da Venezia sono strettamente collegati alla tradizione ed alla storia dell’evoluzione della pittura veneziana del Novecento. Pochi artisti, infatti, hanno avuto come lui il dono di poter e di saper contemperare, attraverso un indubitabile istinto ed una personalità pur nutrita di aspirazioni alla indipendenza espressiva, gli insegnamenti più vitali del passato ed i tormenti ed i riflessi, financo polemici, del tempo in cui egli s’è trovato ad operare. C’è una logica in tutto ciò: Da Venezia, nato agli inizi di questo secolo ha camminato col suo tempo; un viaggio arduo ed in un certo senso drammatico, che per i limiti stessi in cui si poneva era forzatamente legato alla situazione della partenza e influenzato sotto ogni aspetto da quelle che gli fiorivano intorno di tappa in tappa …
La “realtà luminosa” di Da Venezia, non sacrifica, generalmente, anche se ad essa si subordina, la forma intesa come volume … La serie di tele che durante tanti anni fu il frutto di questo indirizzo, conta certamente fra le più importanti, le più aderenti e le più persuasive ispirate dai cieli, dalle acque, dalle vedute insulari ed agresti della laguna, della quale hanno colto, nelle luci che svariano da stagione a stagione e dalle albe ai tramonti, la suggestione ora rutilante ed ora fu mida nelle trasparenze delle volte opaline … La realtà è fissata, qui, come un termine di paragone tra l’immagine della natura e l’immagine riflessa o trasposta dall’artista; e l’una e l’altra si equivalgono nella malìa e nella suggestione che ne scaturiscono.

Gino Damerini (dalla monografia, 1956 - testo di Gino damerini)

Eugenio Da Venezia è il pittore delle tenerezze segrete. Sin dalle prime esperienze, nutrite di sostanza “lagunare”, ma arricchite dalla cultura acquisita a Parigi soprattutto sulle opere degli impressionisti e dei post-impressionisti, egli rivela una istintiva predilezione a cogliere dalla realtà gli aspetti più risposti, annullando e poi ricostruendo la forma fino a renderla diafana, luminosa e talora sfatta interamente alla luce.
Ne deriva una pittura, cui l’artista è rimasto fedele per legittima e doverosa coerenza con il proprio mondo poetico, tutta istintiva non intellettualistica ma certo neppure facile come potrebbe apparire: frutto invece di una sintesi tra realtà e contemplazione, tra mondo visto e mondo liricamente interpretato.

Piero Zampetti (dalla presentazione alla mostra antologica all’Opera Bevilacqua La Masa, Venezia, 1968)

Quando io venni a Venezia nel 1927 era, qui, nell’ area del tempo, una scuola veneziana che aveva molti giovani pittori, diversi e legati, però, dalla natura di queste parti. Io li chiamai subito “pittori lagunari”. Erano diversi, ma stretti in un’ansia felice, seppure il tempo fosse già in sussulto ed orientati verso un post-impressionismo nella possibile traduzione veneta.
Il loro interesse era per tutta la pittura veneta, spinti come erno verso la campagna e verso gli altipiani.
Continuava la tradizione ottocentesca, con un non che di ribellione aggiornatrice ma chiara, semplice ed onesta, contraria all’albagia di cui credeva ufficialmente continuare la grande tradizione. Promotore e confortatore della fede di quei giovani era Pio Semenghini, non ancora ben visto, ma riconosciuto, tuttavia, per quel che era. Quella fede animava anche il Da Venezia, sebbene dimostrasse autonomia. Questi, con una compostezza quasi doverosa, volta a dare sempre il più possibile, sostenuta da quelle esigenze morali che escludono le impennate dell’estro, gli atteggiamenti pretenziosi di chi non sa misurare se stesso. Senza dar tutto al sensibilismo, ritenuto a quel tempo quasi bastante e fondamentale alla fedeltà veneta, il Da Venezia si impegna a dare forma al primo incontro sensibile con le cose … Quest’uomo, all’apparenza pacifico, cortese in permanenza, ha seguitato a lavorare, ascoltando il “dovere”.
Lento nelle mosse, come nel parlare, ragionante quanto gli è stato utile, fedele ai suoi oggetti, fossero della natura paesistica veneta o figure nello studio, o l’immagine amorosa della moglie, egli è venuto acquistando via via una unità stilistica.

Virgilio Guidi (dalla monografia edita in occasione della mostra antologica, Venezia, 1968)

La mostra di Eugenio Da Venezia, che ora per la prima volta ci indica tutto l’arco della sua attività in così vaste proporzioni, ci conferma con quanto ardore, con quale passione e perfino struggimento interno il pittore abbia perseguito il suo ideale poetico. Tra cadute e ritorni, beninteso, ma con una presenza sentimentale sempre vigile ed apprensiva, quasi sospesa a mezz’aria, in una tensione continua, che conosce la segreta dolcezza di certe trasognate contemplazioni della natura, irreali come il sogno.
Talvolta Eugenio Da Venezia può aver anche strafatto, sull’onda d’un impeto connaturale che ci appare con tanta evidenza e conserva appunto il carattere dell’origine, quella vivacità propria dei primi anni, la luminosa letizia di comunicare mediante il colore con un sicuro accento poetico.
La disciplina e più visibile in certi paesaggi di Burano, ove il motivo lirico si manifesta con estrema castigatezza di mezzi: alle volte basta un soffio per temperare la varietà dei toni chiari, dare una trasparenza più profonda all’atmosfera, che sfuma di lontano tra le luci dell’acqua e del cielo sul limite dell’astrazione.
Alle volte è la linea ad arabesco che prende il sopravvento sugli altri elementi compositivi, forma un tessuto cromatico ricco di vibrazioni tra il modello di un ritratto, un cespo di fiori, un ventaglio, o una stoffa; ma è sempre una variazione di colore che ne guida il “ductus” nascosto, diviene timbro tonale ora tenero, ora brillante, ora sfatto, o vaporoso, secondo un controllo che nasce spontaneo con l’incanto d’una melodia. Pittura, dunque, come gioia che sgorga da uno stato di grazia, tutta aperta ai battiti più segreti del cuore e s’esprime con un candore di visione sempre costante nel volgere degli anni e delle esperienze, conserva la freschezza d’una giovinezza immutata.

Guido Perocco (dalla presentazione della mostra antologica, Venezia, 1968)

… la pittura, ripetiamo, è pittura: tutto il resto si brucia … E allora, come non rimanere ammirati, commossi, fors’anche eccitati di fronte ai quadri più belli del nostro artista? Essi devono essere visti con la stessa purezza visiva con cui li ha concepiti l’autore … Ebbene, essi mi hanno “parlato”: almeno alcuni di essi, quelli che sentivo più vicini alla mia sensibilità. La musica del colore mi ha detto dei fremiti di pura emozione estetica.
Ripeto ora, per da Venezia, ciò che Cezanne ebbe a dire di Monet: “E’ soltanto un occhio, ma che occhio!”. E aggiungo che pochi artisti del nostro tempo hanno un “occhio” simile, come lo intendeva cioè il grande Cezanne.

Paolo Rizzi (1971)

… è “la grande stagione” di questa pittura tutta vibrazioni luminose, festosa e frizzante, gentile e fragrante spesso venata di candore … “orchestrazione cromatica sempre più prestigiosa”.

Bruno Morini (1972)

… le opere di questo artista contengono tutto il sentimento e la spirituale ricchezza di quell’altissima tradizione d’arte ed in esso si genera un vivo rigoglio di creatività che attinge il suo vitale alimento, la sua intrinseca essenza a quel che più intimamente è venuto nell’indole e nella natura …

Vittorio Scorza (1972)

Eugenio Da Venezia nel nome (“omen nomine” si direbbe con gli antichi) la sua origine e la sua paternità culturale: di solida formazione accademica discende direttamente dai maestri della pittura veneziana del primo Novecento, ma risale per vene sotterranee di simpatia fino alla grande tradizione classica della pittura di tocco del Settecento se non alle esperienze cromatiche del Veronese.
Ebbe il merito ed il privilegio negli anni trenta, di essere il più vicino per stile e sensibilità agli ultimi Impressionisti Francesi (fatto più rivoluzionario di quanto non si creda), tanto da essere inviato in Francia ad abbeverarsi direttamente a quella cultura, così da meritarsi un posto di tutto rispetto nell’arte di quel tempo.
….. egli scelse non molti anni dopo, un rifugio Trevisano, mettendo su casa e studio in quel di Collalto, forte avanzato nella terraferma, luogo fecondo di produzione artistica quanto lo studio Veneziano. E fu a Collalto che uscirono opere raffinate (soprattutto i suoi famosi e inconfondibili “fiori”) che trovarono immediatamente appassionati estimatori, si che gran parte delle opere presenti a questa mostra provengono dalla Valle del Piave.
Anche per questa sua viva presenza in collezioni del Trevigiano gli era forse dovuta questa mostra a Cà da Noal: la quale risponde in primo luogo all’intento culturale di divulgare attraverso mostre personali di singoli artisti il panorama culturale dell’arte veneta del nostro secolo.

Eugenio Manzato (dalla presentazione della mostra “Cà da Noal”, 4-26/04/1981)

….. verso il 1928-30, nacque la così detta seconda generazione di “Capesarini”. I nomi più noti erano quelli di Marco Novati, Juti Ravenna, Neno Mori, Cosimo Privato, Eugenio Da Venezia, Mario Varagnolo, Luigi Scarpa Croce, Aldo Bergamini, Carlo Dalla Zorza, Rino Villa e il più giovane di tutti, Fioravante Seibezzi …..
Si formarono così a Venezia attorno al 1930 e più avanti nel decennio successivo, due ambienti di artisti: il primo legato all’Accademia quindi all’arte mobile e l’altro vicino alla tradizione popolare … gli altri, i così detti “lagunari”, erano – come si è detto – più vicini allo spirito popolare della Città.
Fu Fioravante Seibezzi, verso il 1928-29 a riprendere la tematica della veduta lagunare con straordinaria freschezza di stesure e dolcezza di colore. Tipica pittura impressionista, la sua, ma con caratteri decisamente veneti.
Più vicino ai neo – impressionisti, quindi più “Francese”, (Bonnard) era Eugenio Da Venezia, mentre Neno Mori era sul filone luministico Tintorettesco e Mario Varagnolo sognava accese fantasie neo – Tizianesche.
Marco Novati era invece partito dalla secessione per arrivare ad un succoso realismo popolare. Un altro ancora, Carlo Dalla Zorza, maturò sul finire degli anni trenta e soprattutto nel periodo passato a Burano, negli anni quaranta, una pittura che filtrava sottilmente la memoria trasfigurata del paesaggio.
Questi pittori fecero fatica, in realtà, ad emergere, proprio perché slegati dalle grandi direttrici del gusto italiano di quegli anni. Essi d’altronde rivendicavano una loro autonomia culturale, legata ad un passato che sentivano come patrimonio biologico, prima ancora che culturale.

Alpe Adria “L’Arte tra le due guerre” 1984

La freschezza della pittura di Eugenio Da Venezia desta continua meraviglia. Innanzi ai suoi quadri viene spontaneo chiedersi come un pittore possa conservare il dono di una così straordinaria vena giovanile in tanti anni di feconda attività con una coerenza così rara e preziosa.
….. I temi sono semplici: il ritratto, il nudo, i fiori, il paesaggio, tutti improntati ad una letizia e lievità del colore imbevuto di luce, sospeso nell’atmosfera eppur corpo vivo nella forma e dei suoi segreti legami.
Eugenio Da Venezia ricorda spesso l’assiduo e paziente studio grafico ripreso dal vero con una disciplina che è memore di quella dei maestri antichi per poter dominare plasticamente la figura umana e possederne sintatticamente le informazioni più nascoste. Questa disciplina ha servito poi a liberare il colore dalla struttura formale nel suo prorompente impeto lirico come un canto dispiegato e felice.
Eugenio Da Venezia ha fatto sua con occhio avido la lezione degli impressionisti prima e dei divisionisti poi per andare oltre, sicuro della propria personalità, formatasi con la prepotenza del temperamento in un dominio così sicuro di tutti i mezzi della pittura. Tutto si scioglie nell’aria dei suoi quadri attraverso la dosatura dei toni cromatici appena suggeriti da dolci modulazioni, che riescono a rendere l’immagine entro un telaio prospettico, reale e sognante insieme, soffusa di palpiti, di luci, d’improvvisi bagliori.
I paesaggi lagunari si prestano mirabilmente a questa interpretazione di così accentuata tendenza lirica tra arti e case e specchi di acqua. Il piacere della bella pittura, espressa con sottile edonismo tutto veneto, elegante e compiaciuto nello stesso tempo. La pennellata si esprime a leggeri tocchi che invadono spesso tutto il campo pittorico, quasi ad inseguire con una avidità di vita tipicamente giovanile e vibrante una ideale bellezza come un incantesimo, nella seduzione sempre rinascente di un cromatismo che gli è connaturale come il respiro.
La coerenza nei generi diversi da unità al suo mondo figurativo attraverso la luminosità intensa dei colori puri a timbro acuto, alternati a quelli più morbidi e soffusi dei grigio argento, dei rosa pallidi e dei teneri lilla, come si alternano i fiori freschi ai fiori secchi, le tinte primaverili a quelle autunnali anche in un unico contesto pittorico. Quello che colpisce è l’esuberanza sentimentale, tutta trepida ed accorta dell’artista, pittore autentico di primissima qualità.

Guido Perocco (dalla presentazione della mostra presso Abano Terme Villa Rathgeb, 1985)

“Ampio respiro luminoso” (G. Lorenzetti, 1938) “aristocratica sobrietà” (E. Zorzi, 1941), “bravura che non tradisce mai la compiacenza” (L. Rapaci, 1948), “valori tonali istintivamente sentiti” (G. Damerini, 1951), si uniscono all’apprezzamento della sua personalità d’artista la cui “fedeltà a quel mondo limpido e delicato è commovente” (G. Marchiori, 1968) perché “ha seguitato a lavorare ascoltando il dovere” (V. Guidi, 1968), grazie al “dono prezioso di arrivare allo stile attraverso una infallibile penetrazione coloristica” (S. Marinoi, 1980).
Come si vede sono qui racchiusi tutti gli spunti che potrebbero impalcare un esaustivo giudizio critico. Il “dovere” innanzitutto, come ha definito Virgilio Guidi l’altro senso etico del lavoro pittorico di Eugenio Da Venezia nel corso di questi anni, dovere che lo ha portato ad una sorta d’isolamento nei confronti di correnti e mode, inseguendo una propria poetica, che diverrà poco a poco stile, solo apparentemente anacronistico.
La sua opera infatti s’è volontariamente mossa tra alcuni punti fondamentali dai quali mai si è allontanato, approfondendone invece sempre più nessi ed implicazioni: una operazione simile al lavoro dio Morandi. I punti sono innanzitutto il disegno, l’impalcatura del dipinto, la sua struttura; poi il colore inteso come qualità fondamentale della luce; ancora il tono soprattutto nel paesaggio come elemento atmosferico, ma anche simbolico in rapporto al sentire del pittore ….. paesaggio, ritratto, fiori sono le cose alle quali Eugenio Da Venezia nella sua operosa varda maturità ha costantemente guardato, per rinnovare continuamente la freschezza della sua pittura: la critica l’ha ampliamente riconosciuto e lo stesso pubblico ha confermato la validità d’un artista che della coerenza ha fatto il suo credo. Coerenza, “moralità”, “dovere” in fondo altro non sono che l’espressione della volontà di Eugenio Da Venezia d’inserirsi e continuare una tradizione che sentiva potentemente presente e attiva in se, quella Veneta.
Non mi meraviglio, adesso, d’aver utilizzato per l’analisi dell’opera del Maestro, termini che la storia dell’arte ha spesso utilizzato nella definizione critica delle opere venete del passato: linea – colore, lume, tono, cromatismo sono vocaboli che cercavano in qualche modo di recuperare verbalmente la dimensione cromatica di Da Venezia, realtà che ne fa pittore anacronistico solamente se si vuole negare al significato per noi, uomini d’oggi, della storia e della tradizione di cui siamo figli.

Pier Luigi Fantelli (dalla presentazione della mostra presso Abano Terme Villa Rathgeb, 1985)

La bellissima mostra di Eugenio Da Venezia a Castelfranco Veneto da ragione nel modo più lampante a chi ha creduto con fiducia a questo artista veneziano di primo ordine, ancor oggi felicemente operante all’età di ottantotto anni.
Dovevamo venir qui, nella Casa di Giorgione, tra gli affreschi dell’artista e la famosa pala d’altare della vicina chiesa, per constatare ancora una volta quanto sia ancora vitale la carica poetica di un pittore così riccamente dotato dalla natura come Eugenio Da Venezia.
Le prime mostre a Cà Pesaro del nostro artista risalgono al 1925, all’epoca divenuta ormai leggendaria dei primi espositori di queste rassegne nella sede dove possiamo annoverare i nomi dei più importanti artisti nella nostra epoca della Ragione. Eugenio Da Venezia è sempre rimasto coerente alla sua così rigogliosa ispirazione attraverso le vicissitudini, talvolta perfino drammatiche, della pittura moderna, dotato così è di talento, così aperto e ricco di vitalità, che ebbe la ventura di incontrarsi ed avere la preziosa amicizia di Pierre Bonnard….
….. La linfa che alimenta la pittura di Bonnard e di Eugenio Da Venezia è la stessa: quella venatura della pittura Veneta rimasta intatta fino a Francesco Guardi nel Settecento. Nei due artisti ha aspetti diversi, una educazione ed un ambiente diversi, ma alcune qualità tipicamente felici ed aperte sono le stesse: la pittura è lieta e ridente.
E’ di buon auspicio che si possa ridire questa verità proprio qui, nella Casa di Giorgione a Castelfranco tra le testimonianze che essa racchiude, in attesa di una grande mostra di Eugenio Da Venezia nella Città dove egli è nato, a Venezia, che gli ha alimentato la gioia di questa pittura.

Guido Perocco (dalla presentazione della mostra “Eugenio Da Venezia Retrospettiva antologica 1923 1988” Casa di Giorgione, 1988)

… Eugenio da Venezia, infatti, ha attraversato quasi per intero, ormai tutto il nostro secolo, con una straordinaria coerenza e linearità; è avanzato imperterrito attraverso le lotte, le rivoluzioni, le contraddizioni dei maggiori rivolgimenti artistici e culturali che hanno sconvolto gli anni Venti e più ancora i terribili anni trenta, fatti di lotte sociali e formali e poi le esplosioni delle guerre e dell’intero dopoguerra, con tutte le eruzioni vulcaniche delle nuove ricerche dell’Arte e dell’Anti Arte, delle strutture formali e stilistiche ogni giorno proposte e buttate all’aria, delle metamorfosi della Forma e delle violente distruzioni dell’Anti-Forma.
Senza cedimenti ai sempre rinnovati manifesti delle mode e delle sirene delle facili ed effimere glorie, egli è avanzato con calma nei decenni tirando dritto per la sua strada, ma sempre strettamente legato ….. alla sua Venezia, dalla quale sempre ebbe a trarre gli alimenti succosi del suo colore e del suo pensiero.

Dino Formaggio (1990)

… la vicenda artistica di Eugenio Da Venezia ci permette di osservare una feconda ipotesi di collusione tra genius loci e pittura francese post-impressionista (conosciuta direttamente alle Biennali), all’insegna del medesimo principio di sovranità del colore puro quale veicolo della luce. Ne risulta una combinazione compatibile con i propositi edificanti assegnati, comunque all’arte, nella tradizione dei “generi” (ritratto, paesaggio, natura morta ecc.) e nel destino figurativo della pittura. Il post impressionismo lagunare di Eugenio da Venezia fa tesoro tanto della frantumazione totale della mimesi plastica del primo impressionismo, operata dall’incessante lavorio della luce, che della successiva fase ricompositiva.
A questo proposito va ricordato quanto gli disse Bonnard, alla Biennale del 1934, ammirando le sue opere esposte: “… il consiglio che mi permetto dare è di approfondire lo studio della forma, per poterla padroneggiare e alle volte anche apparentemente distruggere”.

Virginia Baradel (1990)

… se la necessità di inebriarsi di aria, luce, di colori puri, liberi, briosi accomuna Eugenio Da Venezia con pittori come Seibezzi … è il suo singolare legame con la pittura francese a differenziarne il percorso artistico: all’inizio si tratta di spunti, di generiche affinità con questo o quell’autore visto alla Biennale, più tardi, negli anni Trenta, di una diretta conoscenza di Bonnard che, com’è noto, alla Biennale del ’34 si interessa ai suoi quadri, addirittura vuole conoscerlo personalmente, finendo così per influenzare la ricerca in maniera determinante.
La labilità fenomenica e la vibrazione cromatica, tipiche della “linea veneta”, sono perciò in Eugenio Da Venezia prevalenti, ma, come nel maestro francese, mai disgiunte dal ricorso al disegno e all’impianto formale.

Giuseppina Dal Canton (1994)

“Girasoli”, 1988, Olio su Tela Cm 77x58: una pennellata larga arricchita da colori squillanti e pregni di luce sostanzia i Girasoli e sono le cromie di una verità suggestivamente rivelata dal sogno, lirica e profondamente limpida; lo sfondo, forse meno incisivo nei toni pallidi e velati dal colore, mantiene nell’evanescente impalpabile atmosfera vividi e vibranti accenti di serena quotidianità.
“Ritratto della Pittrice Casonato”, Olio su Tela Cm 62x55: un cromatismo palpitante, pregno di fascinosa poesia e un generale tono soffuso animano l’opera, il cui sfondo è caratterizzato da pennellate dal tocco rapido e morbido che diradano progressivamente verso il primo piano. Qui, più incisive e meno fitte, si allungano e si accostano a sottolineare il soggetto attraverso la limpida e delicata notazione luministica di cui si caricano, talvolta allontanandosi fino a lasciare intravedere la nuda tela.

P.B. da Catalogo Mostra: Palazzo Sarcinelli 1988 - 1998. Una donazione per un nuovo museo. Marco Goldin (1998)

…"Paesaggio Laghetto Papadopoli" 1932, "Paesaggio" 1933, vanno ad aggiungersi al catalogo di Eugenio Da Venezia, “il più francese” dei Veneziani, per i suoi frequenti soggiorni a Parigi e gli stretti contatti con Pierre Bonnard.
“Paesaggio laghetto Papadopoli” fa parte della serie di opere dedicate al giardino e al suo laghetto, che Da Venezia traduce in una ricca stesura cromatica che rievoca il tocco pointilliste.
Del Giardino Papadopoli esistono diverse revisioni, realizzate a partire dal 1931 ed esposte anche alle collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa, tra le quali si ricorda “Laghetto Papadopoli” del Museo Diocesano di trento e “Ninfee” della S.A.D.E. La versione di Rovereto è stata esposta nel 1932 alla mostra Interprovinciale del Veneto dell’Opera Bevilacqua La Masa, come risulta dal cartellino apposto sul verso e poi fu presentata nel 1968 alla mostra antologica organizzata sempre a Venezia dalla stessa istituzione.

Paola Pizzamano (2001)

Gli anni trenta e quaranta determinano i segnali di un deciso rinnovamento nell’impostazione cromatica della rappresentazione del paesaggio veneto, con artisti di spiccata tendenza espressionista: Carlo Dalla Zorza, Nino Springolo, Eugenio Da Venezia, Domenico De Bernardi e Neno Mori. La loro pittura tratta di un naturalismo modellato a tinte forti, chiarità assolate di terre ed acque, di cieli che impastano dolcemente il colore e accentuano l’aria, gli spazi, i corpi delle figure e delle vedute che si affacciano lievi agli occhi dello spettatore. La visione evocativa e spontanea del soggetto naturale conferisce alla pittura di quegli anni risultati che sembrano anticipare certe soluzioni pittoriche astratte e informali legate alla gestualità degli anni cinquanta.

Stefano Cecchetto (2007)


La padronanza della Forma. Omaggio a Eugenio Da Venezia

Vent’anni fa, esattamente il 7 settembre 1992, si spegneva nella sua casa del sestiere di San Marco il Maestro Eugenio da Venezia (1900 – 1992). Una vita tra due guerre: la I fu in reparti lontani dal fronte, la II da civile. A questi scenari, il Maestro contrappone una pittura che si dipana tra pace e armonia con un legame stretto alla tradizione coloristica veneta. Il tutto nasce dall’Impressionismo Francese e dalla I generazione della così detta Scuola di Burano (Pio Semeghini, Umberto Moggioli e Gino Rossi). Due poli nei quali l’interpretazione pittorica di Da Venezia parte per una personale evoluzione successiva. La XIX Biennale di Venezia del 1934 segna l’incontro con Pierre Bonnard che gl’impartisce il concetto chiave della poetica pittorica, ossia una volta assodata e interiorizzata una certa padronanza della forma, immediatamente bisogna distruggerla con la grande qualità di colorista dimostrata. In sintesi una predisposizione interiore al post-impressionismo di derivazione francese unita al consiglio di Bonnard all’interno del contesto della Scuola di Burano, che portano Eugenio Da Venezia a dipingere all’aperto con tonalità mai accese e chiassose. Una pittura “magra” sulla tela, dal tocco appena accennato ma nel contempo deciso e non esitante. Una dote innata che gli permette di partecipare a nove edizioni de La Biennale di Venezia tra il 1932 e ’56, più una fuori cadenza per il XL anniversario della storica istituzione lagunare. Nel frattempo, a livello mondiale, le avanguardie avanzano e l’Arte da moderna passa a contemporanea. Un nuovo contesto artistico, non interiorizzato dal Da Venezia, tanto da criticarlo con toni accessi difendendo e continuando fino alla sua morte l’amato percorso figurativo. Probabilmente un limite che invece superò per esempio Giuseppe Santomaso suo amico negli anni iniziali. La critica del tempo si è molto focalizzata nell’esaltare il periodo artistico del maestro tra ante e post II guerra mondiale, ma non dimenticherei gli ultimi venti, trent’anni della sua produzione nei quali ha prodotto opere molto interessanti con un tocco maggiormente marcato e vitale tendente a richiami espressionisti, pur in un equilibrio di forma e colore che sempre lo contraddistinguono.

Alain Chivilò (2012)


A distanza di anni, oggi riprendo alcune sue riflessioni personali all’interno di domande che pongo in modo virtuale.

Della città di Venezia porta il cognome.

Venezia m’incanta e mi sembra un paese di sogno. I suoi canali, i magnifici palazzi, le sue chiese, quella di San Marco con i suoi mosaici, il Palazzo Ducale, la laguna con le sue isole sparse, con le sue barene. Tutte cose che mi danno la sensazione di vivere in un mondo irreale, un mondo d’incanto. Venezia ha alimentato il mio entusiasmo giovanile per l’Arte, infondendomi l’ardente desiderio d’approfondire sempre di più lo studio della pittura. I grandi Maestri della pittura veneziana dal ‘400 al ‘700 mi ammaliano, come pure mi affascina la pittura dell’ultima metà dell’800 rappresentata dai pittori di grande valore. Dovrei scrivere un intero volume per spiegare le sensazioni, le emozioni, che tutte queste bellezze ambientali suscitavano in me, o per ricordare gli artisti che in tale ambiente avevano operato. Erano certamente il colore e la poesia che emanavano dalla loro arte le cose che più sentivo e m’attraevano. La pittura Veneziana è essenzialmente colore. Questo è stato dimostrato dai nostri grandi Maestri del passato quali i Bellini (specie Giovanni), Giorgione, Tiziano, Veronese, Tiepolo e tutto il ‘700 Veneziano con Canaletto e Guardi. Questo fu anche capito dagli Impressionisti Francesi da Manet, Renoir, ecc. Dunque in questo ambiente, dove l’acqua emerge ed avvolge tutte le forme dalle case ai palazzi alle architetture alle barche alle gondole, in un’atmosfera soffusa di luce si crea un incantesimo poetico in un’armonia e sinfonia di colore. La pittura aveva bisogno di riformare alla luce e vitalizzarsi emergendo nella natura, perché solo dalla stessa natura si può trovare nuova linfa e nuova vita. Ha trovato il modo di esprimersi e di mostrare tutta la sua grandezza e bellezza. E in questo ambiente dove l’acqua, il cielo, la luce a contatto con le architetture e le varie forme creano un labirinto pittorico di colori.

Per Lei Maestro, cosa significa la parola Arte?

L’Arte è un dono di pochi e a essa si arriva soltanto quando un’artista la sente come una vocazione; è una forza che deve nascere dall’Io interiore, è una febbre che brucia e quando si sente questo impulso a esprimere si deve farlo in qualsiasi ora di giorno, di notte, da sano o ammalato. Si avverte l’impossibilità di sottrarsi al suo influsso: ecco perché sostengo che l’Arte non sia una professione, un mestiere, ma una vocazione meglio un dono superiore, ossia divino! Sento la pittura come una musica dolcissima e poetica che assume talvolta accenti drammatici, avverto come una sensazione fantastica ed irreale ricolma di risonanze arcane. Tutta questa musica che sgorga dalla profondità del mio io deve essere trasformata dalla percezione visiva del colore. Spesso mi accorgo che basta una pennellata inesatta, non corrispondente a questa armonia sentita, per rovinare, distruggere il lavoro intrapreso; proprio come una nota stonata nell’esecuzione musicale può rovinare una bellissima sinfonia di un grande musicista.

Se le nomino la parola Astratto, cosa pensa?

Solo i grandi artisti hanno toccato e raggiunto con la loro arte il mistero della natura. Penso che questo sia il vero “Astratto”. Né viene di conseguenza che per molta critica io non sia un pittore moderno, attuale, avveniristico, con tutti gli ….ismi, ossia un’artista tradizionalista forse già superato. Tutto può essere, ma posso dichiarare che più di qualche pittore, così detto “Astrattista”, ha ammirato la mia pittura perché la sentiva viva e attuale, come la percepisco io, che mi sento nel mio tempo, in quanto seguo tutte le manifestazioni, le invenzioni, della cultura di adesso. La mia sensibilità è sempre aperta a tutte le più varie e disparate conquiste, sia nell’arte sia nella scienza: certo che oggi viviamo in un’epoca confusionaria, in cui in arte tutto è permesso e non esiste più alcun controllo. Sono prodotti del tempo in cui viviamo, sia per le guerre, la politica, che per le grandi conquiste della scienza, ma l’Arte è al di sopra di tutte le avvertenze e le cose umane.

Pierre Bonnard un Maestro o meglio quasi un “padre”.

Ammirò le mie opere durante le Biennali di Venezia del ’32 e ’34. Lo conobbi tramite il Duc de Trèvise - Sauvegarde de l’Art Francais. Un incontro emozionante nel 1934. Ricordo ancora le sue parole: “a un artista come lei, dotato d’importanti qualità e grande sensibilità di colore, il consiglio che mi permetto dare è di approfondire lo studio della forma, per poterla padroneggiare e alle volte anche apparentemente distruggere”. Cosa che appresi, a dire il vero, anche da Gino Rossi, “non si costruisce col colore: si costruisce con la forma”. Ho tenuto questi consigli come la cosa più preziosa che ho avuto dai miei Maestri.

La base per impadronirsi della forma partì dagli studi anatomici.

E’ vero e mi unii al grande amico ed artista Marco Novati per trascorrere due anni, nei mesi invernali, nella sala anatomica dell’ospedale civile. Forniti anche di qualche bottiglietta di grappa, eravamo pieni di entusiasmo e disegnavamo dal vero pezzi anatomici per approfondire sempre più la conoscenza del corpo umano, cioè della forma. Ritengo senza alcun dubbio che questo studio fu il più importante e redditizio per impadronirmi di essa.


Alain Chivilò (2012)

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