Nato a Venezia nel 1919, Emilio Vedova inizia a lavorare da autodidatta intensamente, dagli anni '30. Giovanissimo, nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista “Corrente”.
1944-45 partecipa alla Resistenza. 1946-47 è tra i firmatari del manifesto “Oltre Guernica” a Milano (2 maggio 1946). È tra i fondatori della “Nuova Secessione Italiana”, poi “Fronte Nuovo delle Arti”, a Venezia (1 ottobre 1946). Ne esce nel 1948 con violento intervento contro il Neorealismo imposto: mostra “Alleanza della cultura” a Bologna. Per brevissimo periodo aderisce al Gruppo degli Otto. Se ne dissocia con una dichiarazione pubblica, in Convegno Alta Cultura, alla Fondazione G. Cini, 1953.
Dal 1945 il suo studio è a Venezia, Fondamenta Bragadin; passa poi alla Punta della Dogana Dorsoduro 46 dove realizza i primi “plurimi”: i “veneziani” 1962-63.
Dal 1958 inizia con le litografie, poi subito con le incisioni e acqueforti, intenso lavoro grafico, cui di continuo con nuove sperimentazioni si dedica. Nel 1961 al Teatro La Fenice di Venezia azione scenica per l'opera di Luigi Nono Intolleranza ’60.
Da fine 1963 a metà del 1965 è a Berlino, ospite del Senato per Arti e Scienze, D.A.A.D. e nel suo grande atelier al Grünewald realizza la serie dei grandi plurimi berlinesi 1963-65, sette dei quali, l’“Absurdes Berliner Tagebuch ‘64”, verranno esposti a Documenta III - Kassel 1964, con risonanza internazionale clamorosa.
Dal 1965 al 1967 nell'ex-Abbazia di San Gregorio (XII sec.), suo laboratorio, per il suo grande “Spazio/plurimo/luce”, nel Padiglione Italiano all'Expo di Montreal.
Dal 1968 suo studio-laboratorio ai “Saloni” (Magazzini del Sale, del XV sec.), e dal 1976 suo anche alle Zattere, in un ex-squero.
Inizia intensa attività didattica dal 1965 con una serie di lectures, in Università, Accademie e Istituzioni Culturali in USA e in Mexico, 1965-66 e anni '80. All’Internationale Sommerakademie, Salzburg, 1965-1969 e ancora nel 1988. Docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia, 1975-1986.
Nel 1977 realizza i “plurimi-binari” dei Cicli “Lacerazione” e subito dopo il ciclo dei “…Cosiddetti Carnevali…”. Ancora con Nono nel 1984, per la prima mondiale dell'opera Prometeo, realizza “interventi-luce” nella struttura scenica di Renzo Piano: ex-chiesa di San Lorenzo. Nel 1985-86 i cicli dei grandi “Dischi”, “Tondi” e "Oltre", nel 1987-88 il grande Ciclo “… in continuum…” Negli anni '89-'90 lavora ai Monotipi, nei Workshop Garner Tullis, Santa Barbara e a New York. E, nei laboratori Studios Littleton, North Caroline, alle Vetrografie, 1990.
Nel 1997 riceve il “Leone d’oro all’opera” in occasione della XLVII Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia.
Nel 2003 riceve il Premio Nonino.
Nel 2004 dona i 7 plurimi dell’ “Absurdes Berliner Tagebuch ‘64” alla Berlinische Galerie, Museo della Città di Berlino.
Nel 2006 realizza un ciclo di Monotipi in collaborazione con Sandro Rumney nipote di Peggy Guggenheim.
Viaggi-soggiorni, lavoro-studio, in Brasile, Stati Uniti, Mexico, Spagna, Portogallo, Francia, Giappone e Nord ed Est Europa, dal 1954. Muore il 25 ottobre 2006 a neanche un mese dal decesso della moglie.
Colori squillanti. Forse proprio per questo, partendo da Kandinsky-Schömberg, s'è sempre parlato dell'uso sonoro del colore, dovuto anche alla sua frequentazione con Luigi Nono. E proprio al musicista veneziano aveva dedicato i suoi ultimi tre lavori grafici, riuniti in un libro d'arte, Al gran sole carico d'amore, da Egidio Fiorin, per le edizioni Colophon, nel luglio scorso. Vedova e Nono si erano incontrati nel 1942. Poi, nel '60, il compositore aveva dedicato un'opera all'amico. Nono amava la gamma cromatica di Vedova perché vi trovava un'analogia con l'improvvisazione e la sonorità della musica dodecafonica. Colori guizzanti, lampeggianti, si diceva.
L'artista liberava il furore che aveva dentro di sé, con gesti repentini che diventavano forme astratte. E che lasciavano anche perplessi se recitate con una punta di stramberia. Ricordo, agli inizi degli anni Settanta, una sua performance al castello di Pavia, in occasione d'una mostra a favore dei fuorusciti spagnoli. C'ero andato con Rafael Alberti, di cui Vedova era amicissimo. Dopo i soliti discorsi di circostanza, era intervenuto Vedova. Aveva biascicato qualcosa, commuovendosi platealmente. D'un tratto aveva cominciato a tempestare di pugni un suo grande quadro. Gli astanti lo guardavano tra stupore e divertimento. Ma quella di Emilio era una maniera di esprimere la sua collera contro il franchismo. Teatrale? Certamente. Ma efficace.
La recita faceva parte del personaggio e c'era, in lui, in questo, un certo compiacimento. D'altronde egli stesso faceva di tutto per alimentare l'aneddotica che gli fioriva attorno. Un esempio? Qualche anno addietro, due ufficiali della Guardia di Finanza erano andati nel suo studio fingendosi interessati all'acquisto di alcuni dipinti. «Quanto costa, questo?». «Due-tre milioni», rispondeva la moglie Annabianca, che aveva capito chi erano i due. «Ma che dici, sei impazzita, per quel quadro ci vogliono cento milioni!», urlava Emilio, dal fondo dello studio. La scena s'era ripetuta più volte, anche se la moglie aveva cercato di avvertirlo con gesti e gestacci. Finale? Un miliardo e 200 milioni di multa (ridotta, poi, a un miliardo). L'anno dopo, una seconda visita. Stavolta, Vedova aveva capito tutto e subito. Così, dopo essersi allontanato, s'era ripresentato nudo: «Così mi avete lasciato l'altra volta», aveva detto agli agenti esterrefatti.
Furore, s'è detto. Ma il suo furore non ha conosciuto scuole o correnti. Vedova, a suo tempo, aveva rimesso in discussione il Futurismo e la sua partecipazione a Corrente, a Oltre Guernica, al Fronte nuovo delle arti, al Gruppo degli Otto, all'Action painting, all'Art brut, sino all'Informale coi quali aveva avuto sempre un rapporto di scambio, mai di subordine. In realtà, Vedova ha sempre agito come una forza della natura. L'artista veneziano — che di Venezia, ormai, era diventato un elemento del paesaggio come San Marco e l'isola di San Giorgio — viveva i suoi dipinti. Una pennellata era un colpo di nervi, un gesto bilioso e selvaggio. E del selvaggio aveva anche l'aspetto, l'istinto vigile. Natura e carattere si fondevano, diventavano ritmo. Angoscia e lirismo, lucidità e pazzia. Di un finto pazzo, però, che in realtà era un genio.
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