ZOTTI CARMELO
Carmelo Zotti (Trieste 1933 - Treviso 2007).
Di lui Paolo Rizzi scrisse: “raccolgo un foglio strappato, che giace a terra, sull’impiantito della casa studio di Carmelo Zotti nella campagna di San Donà di Piave. Leggo: “Ganimede è un intruso nell’Olimpo, un elefante lo è a Roma, una fenice lo è in India e normalmente noi preferiamo le cose che ci sono più estranee e che provengono da maggiori lontananze”. La monca frase è di Rober Burton ne l’anatomia della malinconia. Ecco la chiave per capire la pittura di Zotti: essa risiede in questa esperienza dell’”estraneo”, cioè dell’ignoto.
Zotti, ormai maturo nello stile, sicuro di se stesso assurto alla cattedra prestigiosa di pittura all’Accademia Veneziana, ha fatto il bilancio delle sue esperienze passate ed ha scelto: si è tuffato voluttuosamente nel “mare misterioso” dell’enigma di De Chirico e naviga alla ricerca di nuove spiagge su cui fissare la sua mente estenuata ma lucida. I relitti di un tale viaggio (“è un dormire da svegli”, avrebbe detto Mallarmé) sono qui davanti a me: la sfinge, l’elefante, il sarcofago, la piramide, la fontana, segni, segnali di una iper realtà pescata e ripescata attraverso il simbolo, l’allegoria, la trasposizione fantastica. Il quadro è un campo elettrico in cui questi arcani vettori si fissano in una assorta immobilità che è “attesa”; e subito le reliquie disposte dalla psiche si avviluppano tra loro, si aggrovigliano, entrano l’una nell’altra, creando tutta una serie di nessi, di instabili liquidi rapporti. Si resta interdetti, come se la “lettura” ci sfuggisse: gli occhi della mente (non diversamente dal meccanismo fisiologico di un astigmatismo) non riescono a mettere a fuoco l’immagine, che pur è limpida e precisa. Questo procedimento lucidamente onorico di Zotti ha lontane matrici. Affonda in terreno che, sondato da certo romanticismo nordico (da Blacke e Fuseli giù fino a Blockin e al primo De Chirico) e dal simbolismo francese (Redon), è stato il campo stesso d’indagine dei Surrealisti e soprattutto di Ernst.
... la pittura di Zotti mi appare come una testimonianza dolorosa, dilacerata: essa è il frutto di un equilibrio instabile tra realtà esterna e realtà interna, tra nuda proposizione dell’”ingombro” fisico dell’oggetto e sua ricreazione attraverso l’insondabile meccanismo della psiche. Si intuisce l’assillo del pittore che cerca di conciliare questi due mondi, attento sempre a svelare le verità opposte. Che cosa “significa” per noi l’elefante? O la sfinge che pare mutarsi in carne? O la fontana rubinetto? O il sarcofago che si apre a mostrarci un Lazzaro che non risorge? Zotti ricorre ad un repertorio tra l’archeologia e l’esotismo, laddove, in uno spazio senza tempo, riemergono ricordi e suggestioni di un lontano mito mediterraneo, rivisto attraverso il velo della cultura. Come nell’”elefante celebes” di Ernst o nei “bagni misteriosi” di De Chirico, egli raccoglie e reinterpreta i motivi più contrastanti, senza cadere nell’attività “paranoico critica” di Dali, ma lievitando gli oggetti in una dimensione rarefatta, in cui galleggiamo in una essenza ideale.
All’archeologia riscoperta si unisce l’escrescenza tumorale, il gonfio vitalismo della materia organico – vegetale; e all’esplicita presenza dell’urna greca o della sfinge egizia si sovrappone magari il ricordo di un “uomo mascherato” che non si sa se riappaia ai fumetti degli anni 30 e dall’ironia dissacrante di un De Chirico oggi. In tutto ciò gioca, ovviamente, il gusto dell’ambiguo, che resta, come si sa, una delle componenti peculiari delle attuali tendenze neo Surrealiste. I quadri di Zotti si trasformano continuamente, insistendo con raffinata crudeltà sul terreno di un antroporfismo portato alle estreme conseguenze, dove la natura si carica di un animismo panico e la latente carica sessuale diventa vitalismo, forza erompente ed oscura”.

Carmelo Zotti Tramonto 1992 cm 100X100 acrilico su tela Museo del Paesaggio Fondazione Venezia

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