Marco Novati (Venezia 1895, Ivi 1975) è stato la pietra dello scandalo nella pittura veneziana tra le due guerre: l’unico autentico realista in un clima dominato dall’impressionismo e dal gusto della veduta fenomenica.
Marco Novati è nato a Venezia il 20 Maggio 1895. La sua formazione, se si esclude l'apprendistato presso lo studio del pittore Emilio Paggiaro tra il 1919 ed il 1921, avviene come autodidatta.
I numerosi viaggi giovanili all'estero (a Mosca, a Parigi, a Losanna, a Monaco di Baviera) e la frequenza di Palazzo Carminati dov'erano gli studi dell'Opera Bevilacqua La Masa e dove lavoravano i vari Eugenio Da Venezia, Ravenna, Bergamini, Seibezzi, Mori completano l'itinerario di maturazione artistica.
La svolta della sua vita avvenne quando il padre, coinvolto in una speculazione cui era stato trascinato da soci inaffidabili, fallì senza lasciarli una lira, morendo poco dopo.
Il giovane pittore, privo di esperienza concreta, si trovò ad affrontare le durezze della vita. Subentrò in lui una sorta di furore, di angoscia, di ribellione.
E’ da quel furore che nasce il cupo, disperato realismo di Novati. I quadri verso il 1924-25 sono i più tragici. I soggetti sono in genere figure maschili, spesso vecchi: il pescatore, i pelapatate, la gleba, per esempio.
Novati non si inserisce all’interno del post impressionismo lagunare, ma guarda alla realtà bruta senza estetismi. I suoi maestri sono i seicenteschi: da Zanchi a Rembrandt, a Coubert, a Hals. Un’arte contro, dura e lucida nella sua bellezza provocatoria; una vita basata sul rifiuto del conformismo.
Confidava: “l’unica via d’uscita per un’artista è di diventare clandestino”.
La pittura si carica di forza espressiva, splendida nel flusso sanguigno, amara, risentita, con rabbiose coagulazioni di materia.
A questa matrice Novati è rimasto sempre fedele, anche se negli ultimi anni si è forse adagiato a figure di successo (gondolieri, bevitori e derelitti). La forza della pennellata resta comunque sempre magistrale, inconfondibile. Affermava ripetere “io do il meglio di me stesso quando, come l’oliva, sono schiacciato”.
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