Luigi (Gigi) Candiani (Mestre 1903, Ivi 1963) è un caso a sé nella pittura veneziana. Pur legato per taluni versi al gruppo di Burano, e quindi ai pittori di Palazzo Carminati ed allo stesso Semeghini, egli rappresenta il momento “povero”, cioè francescanamente più puro, nella pittura lagunare di paesaggio. Vissuto sempre a Mestre, umile fornaio ma uomo di straordinaria sensibilità, si avvicinò al gruppo di Burano in modo discreto e gentile, imparando a cogliere la luce, i colori della natura. Tanto che oggi è considerato il cantore più sereno di un ritorno cosciente nella natura.
Qual’era il suo segreto? Forse la purezza di spirito. Infatti nessuno più di lui è riuscito a rendere plausibili certi cieli sfumati nel rosa e nel celestino, certi ricami freschissimi di orti e vigneti, certe gradazioni di rossi, verdi, blu.
Quando morì, nel giro di pochi anni venne indicato come un maestro; non a caso tutta Mestre si identificò nei colori gentili e puri di Candiani, simbolo di una fuga dalla civiltà industriale. Il critico Giuseppe Marchiori disse: “ un evaso dal presente in una celestiale serenità, che lo avvicinava, per affinità ideali, a certi monaci “alluminatori”, interpreti di limpidi cieli luminosi e di verdi prati smeraldini, sui quali incombe il silenzio della moltitudine immensa delle cose”.
ll cantore della natura, della poesia, della serenità e della semplicità.
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